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CORRIERE ROMAGNA. Dal sogno all'incubo

11.09.2012 13:39 di Giovanni Guiducci  articolo letto 678 volte
Fonte: Francesco Gualdi per il Corriere Romagna
© foto di Marco Rossi/Tuttocesena.it

Poco dopo le 11 di ieri, l'Ac Cesena ha comunicato, prima attraverso la voce dell'addetto stampa Matteo Gozzoli e un'ora dopo sul proprio sito internet, che l'esperienza di Nicola Campedelli sulla panchina bianconera era ufficialmente terminata. Un'avventura lampo iniziata tre mesi e mezzo fa tra lo stupore e le risatine di un'intera nazione e chiusa, adesso, tra l'incredulità e le risatine di (quasi) un'intera nazione. Quasi perché quella parte piccola ma significativa che tifa per il bianconero di Romagna aveva capito molto prima della scoppola interna di domenica che con Nicola Campedelli, un tempo bandiera e di sicuro tifoso del Cesena (anche perché fratello del presidente), questa squadra non aveva presente e non avrebbe avuto futuro. Tra questi anche Igor, che a maggio fu il primo presidente del calcio italiano a scegliere il proprio fratello come allenatore e ieri è stato il primo presidente di B a cambiare allenatore, licenziando il fratello.

Cento giorni. Tanto è durato il regno di Nicola Campedelli a Cesena. Per la precisione, i giorni sono 108, da quel 25 maggio in cui venne presentato tra lo stupore e i dubbi di un'intera piazza, che già quel pomeriggio iniziò a farsi le domande che hanno perseguitato Campedelli junior per tutta la sua permanenza in bianconero. E cioè: è pronto per la serie B? Ha esperienza necessaria? L'essere il fratello del presidente quanto peserà? Interrogativi che ieri mattina sono stati sciolti dall'unica decisione possibile: via Nicola da Cesena, la Camelot in salsa Gatteo che si sfalda sotto i gol di un Mehmeti qualsiasi, il fratello-presidente che taglia la testa al toro ed esonera il fratello-allenatore. Tutto in famiglia. Nel bene e nel male.

Diffidenza. «Credo che sia normale che ci possa essere diffidenza all'inizio perché la gente non mi conosce ancora come allenatore, ma farò di tutto per fare il bene di questa società». Così parlava Nicola Campedelli quel 25 maggio, desideroso di sfruttare al meglio la chance che gli veniva offerta. La notizia finiva sui media nazionali perché un presidente che metteva in panchina suo fratello non s'era francamente mai vista: "fratellopoli", "Campedellandia" erano solo alcuni dei titoli stampati con sarcasmo in quei giorni di maggio, con gli storici e gli archivisti a sbizzarrirsi sulle analogie del passato. Ma per lo meno c'era curiosità, dopo un anno passato sui ceci, la piazza ritrovava qualche stimolo ripensando ai tempi che furono del Campedelli scattante in campo. Qualche colpo ben piazzato, metodologie innovative (la sabbia di Ronta, che troppi frutti non ne ha dati, stando ai risultati) e l'identificazione con "uno di noi", sperando che quel suo essere visceralmente romagnolo e bianconero potesse compensare le lacune dell'inesperienza. E fino a un certo punto l'idillio s'è mantenuto: le vittorie (seppur soffertissime) in Coppa, lo spirito che cresceva, il botteghino che faceva cassa con gli abbonamenti. In pochi avrebbero pensato all'uragano in arrivo.

Baratro. E poi l'inimmaginabile: squadra alla mercè degli avversari, gol presi a grappoli, idee zero e scelte francamente incomprensibili. La gestione dei fuori rosa. L'insistenza su giocatori non adatti alla B, come Bamonte e Tabanelli. L'ostinazione nel non schierare Parfait. I tre moduli diversi in tre giornate. E la contestazione che monta. Contro la società, certo, ma anche contro il biondino da Gatteo, ogni giorno più debole fino alle ammissioni di domenica sera: «Le indicazioni che do non servono a ottenere la vittoria», «Ho le mie responsabilità», «Siamo sempre bloccati, non riusciamo a imporci». Parole che segnavano la resa ben prima delle comunicazioni ufficiali di ieri mattina, anticipate anch'esse dal vento della contestazione. La prima, sabato 1º settembre al Menti: anche se il vaffa gridato a Campedelli era double-face e poteva valere sia per la scrivania che per la panchina. La seconda, forte, fortissima: «Salta la panchina», già sentito su queste frequenze un anno fa per Giampaolo, urlato da uno stadio intero già dopo lo 0-2 del Novara. E poi l'assedio alla tribuna da parte dei tifosi. Immagini nitide, che contrastano sempre di più con lo sfocato ricordo dell'eroe di una curva, imprendibile quando correva, incomprensibile quando allenava.


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